lunedì 28 giugno 2010

La voce delle case


Ho addosso odore di cantina. Il sole mi sta riscaldando ma quando si entra nell'ingresso, già si può avvertire la frescura che trasuda dalle pareti. Vecchie mura di pietra, qualche crepa che stende le sue dita dal soffitto bianco di intonaco.
Le travi di legno scricchiolano ogni tanto. Hanno addosso il peso degli anni, testimoni silenti del della vita che passa.
La sera le pareti si dipingono di un intenso colore e le ombre sul pavimento accompagnano la silenziosa danza dei fiori, che lentamente prendono sonno al calare del sole.
Tutto è fermo, immobile, anche l'aria che, calda ed avvolgente, profuma di grano maturo.
Ricordo quando sentivo i passi al mattino. Quando ancora i primi raggi di sole stentavano da dietro il morbido colle. L'odore del caffè appena scaldato e della dolcezza del latte nelle caraffe di vetro. L'odore del pane appena sfornato ed il pungente profuno di legna dentro il camino. L'acqua che gelida scendeva nei catini di ferro. L'odore del sapone che riempiva le mani di bianco. La vita che prendeva il respiro, si alzava, scendeva le antiche scale di pietra ed usciva nella fresca aria di prima mattina.
Non ricordo chi fossero. Ma erano in quattro. Un giovane uomo e sua moglie. L'aspetto era quello di anziane persone, il viso segnato da profonde rughe scolpite dal sole e dalla fatica. Non so cosa facessero una volta usciti di casa. Non me lo sono mai chiesta. So che era bellissimo sentire le voci dei loro bambini, urlare e cantare. Rincorrersi nella cucina o cadere sfiancati sulle piccole sedie di paglia, dopo una giornata di corse nei prati. I capelli che brillavano al sole e le guance che parevano mele mature impresse sui loro visi di smalto.
C'erano. Vivevano.
Ho sentito le loro parole, le urla di gioia ed i momenti di pianto. L'intimità della buona notte e la scoperta del buon dì. Giorno dopo giorno, affacciata sui loro destini.
Poi non so cosa sia successo. Hanno iniziato a togliere mobili. Scatoloni che formavano pile grandissime sui pavimenti di cotto. Il fuoco del camino stava smettendo a poco a poco di scaldare l'ambiente. Sentivo parlare di trasferimento in città. Chissà perchè ho iniziato a sentire le pareti che si stringevano attorno...
Hanno tolto dei quadri e poi i lampadari, che hanno smesso di troneggiare dai soffitti delle stanze ormai ingrigite dagli anni. Borse e valigie ed un senso di vuoto incredibile stava iniziando a pervadere l'aria. Tremavo. Impietrita, tremavo.
Li ho visti partire un mattino di giugno.
Da allora i miei occhi hanno smesso di aprirsi. La luce ha smesso di entrare e le stanze hanno smesso di vivere.
Ho visto passare tante vite così. Una famiglia dopo l'altra.
Mi chiamavano "casa". Mi hanno sempre chiamata così. Qualsiasi fosse il colore delle pareti, o delle tende che scendevano lungo le grandi finestre ero "casa".
Ascoltavo i loro pensieri. Guardavo il loro vivermi dentro come fossi un nido d'amore o una semplice nicchia nella quale dormire. Ma c'ero. Ero li. Con la forza delle mie mura e con il vigore delle mie travi di legno. Io c'ero.
Ora ti aspetto. So che mi cerchi... ed io sono ad un passo da te.
Sto lasciando di nuovo che il sole mi scaldi. Le finestre e le porte pronte ad aprirsi con te. Le pareti stanno aspettando l'abbraccio delle tue cose.
Non so per quanto tempo vedrò le tue gambe stendersi su quel divano che tu chiami letto e non so per quante ore vedrò i tuoi occhi chiudersi al sonno. Io sono qui che ti aspetto.
Poi ci sarà tempo per salutare anche te... quando sarai pronta per un altro felice destino. So che lo aspetti, ti ho letta nel cuore.
Per ora ci sono. Sono "casa". E' così che la gente dice di me.

lunedì 21 giugno 2010

Una piccola goccia ed un piccolo fiore



Fatti stringere piccola anima
fatti sfiorare i contorni del viso e lascia che le mie dita
si posino sulle tue guance colore di pesca.
Lascia che la mia mano sfiori il tuo sorriso
e che il mio cuore si riempia delle tue conquiste.
Fammi ridere delle tue corse e fammi commuovere delle tue cadute.
Fammi sentire i tuoi no e la forza dei tuoi sbagli.
Fatti tenere per mano, solo per qualche passo, quando tu lo vorrai.
Fammi restare in un piccolo angolo della tua vita a guardarti,
tesoro, germoglio che sboccia, biondissimo.
Lasciati cullare nelle mie braccia, come un tempo cullavo tua madre.
Senti il mio amore arrivarti vicino e stringerti forte.
Lascia che ti veda felice, che ti veda volare a cercare le stelle,
che i tuoi occhi risplendano nel buio e nel sole.
Fammi sentire la forza che hai e fammi sentire il tuo essere fragile.
Permettimi di starti vicino ad ascoltare il tuo canto di gioia
ma sappi che anche le lacrime ti saranno d'aiuto nel crescere.
Fatti guardare mentre scopri la vita, tu piccola bambola di porcellana preziosa,
tu piccola figlia, nata da chi è cresciuta dentro di me.
Ora, ti chiedo di lasciare uno spazio... anche piccolo piccolo,
a chi ancora deve arrivare
e che in questo momento è solo un piccolo raggio di luce pulsante.
Salutalo quando lo vedrai arrivare
e fagli sentire che anche lui ha un posto d'onore con te.
Tu figlia, tu vita che vivi, tu vita che nasci da lei.
Tu piccolo fiore, rosa che sboccia, abbraccia il germoglio che cresce e
fatti cuore con me.
Benvenuto, giovane tenero essere, benvenuto al tuo nascere.
Io sorriso, io lacrima e canto,
queste righe le dedico a te che già sei ed a te che sarai.
A voi anime pure, il mio piccolo, infinito, abbraccio d'amore.



martedì 15 giugno 2010

Sete...


Non cammino più in punta di piedi: sono una cascata impetuosa. Scroscio acqua ovunque, bagno, allago, riempio le valli riarse della mia vita. Il piccolo torrente che scendeva quasi timido fra le rocce è ora impeto e suono, tuono e fragore.
L'acqua tenuta fra fragili argini ora espande il suo essere ovunque, trasformando, dissetando, nutrendo gli sterili campi ingialliti.
Acqua dolce e salata, zucchero nella mia bocca e sale sulla mia pelle. Travolgenti onde di mare entrano ed escono come mille fontane, zampilli di luce, folgori vivide in un cielo stellato.
Riempio gli spazi con umide gocce e mille papaveri riprendono vita, l'erba profuma di dolce rugiada e l'aria è pervasa dal pungente profumo dei campi di grano al mattino.
Mi insinuo come morbido liquido ovunque, espandendo il mio cuore che pulsa, come rosa scarlatta di maggio.
Abbraccio la terra che sento sorella fra le dita assetate e vortico libera fra i rami frondosi degli alberi, aria freschissima che entra nella mia testa stordendomi in un lungo piacere profondo.
Annaffio i campi con stille d'umido amore che, come gemme preziose, impregnano i campi fioriti. Rugiada di campo che copre le foglie verdissime dei miei sogni fantastici.
Tiepidi vapori avvolgono spigoli, li smussano rendendoli dolci al tocco delle mie dita. Fremono piccole stille d'argenteo incanto. Acqua che toglie l'ombra dei dubbi e rinfresca il sorriso sulle mie labbra assetate.
Mare profondo, turbini d'onde in sequenza, rombo assordante di lava azzurrissima che smuove le vecchie abitudini. Nuoto uniforme e costante in un letto di piccole perle d'ossigeno che mi cullano ai battiti del mio cuore rinato.
Bevo ed esondo, piovo dal cielo con le ali spiegate cosparse di pioggia leggera. Sprizzo, sgorgo e zampillo dal fondo della mia gola che urla la sua voglia di vivere al sole. Dolce il mio essere piccola lacrima che riga le mie guance arrossate.
Sorrido felice in questo lago caldissimo ed acqua divento, libera nel mio essere piccola stilla od immensa cascata. Io sono quell'unica, profonda parte d'amore, che vola con te.